disimpararsi. forse
che la questione, è – voglio dire – non conoscere. non più.
disconoscere; disconoscersi, soprattutto.
disimpararsi. forse.
voi vuoi
sono come tu mi vuoi
come tu mi vuoi
come tu mi vuoi
come tu mi vuoi
vuoi
vuoi
vuoi
una stella che cade fra rami d’ulivo, non richiesta
ieri, notte. ho visto una stella cadente, grande-grossa.
non che lo volessi: semplicemente guardando le stelle tra i rami di ulivo; pensando che non se può narrare la bellezza – ché davvero non si può, de-scrivere le stelle tutte luminose, il buio del campo, le foglie dell’ulivo.
e potevo esprimere un desiderio. magari uno vero, chessò? restare giovane per sempre – i giovani son tutti felici, o dannati (e dunque sempre felici).
o, almeno, chiedere dell’acqua fredda, dal mio rubinetto.
sì, ma ci sono, come sempre, delle regole: il desiderata dev’essere immediato, senza esitazioni, non si può pensare, congegnare.
la prima cosa che ti viene in mente.
così, l’ho sprecato.
apro
già lo so: come andrà.
solo, nudo, ballo. una musica italiana anni sessanta.
una bottiglia di rum in mano, bevo alla canna.
la pazzia che bussa, piano alla porta.
io che non apro. non apro. non apro.
apro
punto 28
ci sono anche i numeri, 28 per esempio.
è che il 28 luglio succede tutto: lei parte – per sempre? – l’altra torna e ancora non so che pensa di me, se sono il suo uomo perfetto o un imbecille – sempre perfetto.
mi dicono (sarò detto, insomma) se entrerò a far parte di quella cosa, che è ‘na vita che vorrei.
vado via per 7 giorni: meglio, resto. ma dal 28 ho un intero palazzo, tutto mio.
se fare una festa, di quelle che stai prima a un piano, poi a un altro e t’incontri per le scale; oppure aprire il gas – tutti i gas, insieme – e far im-plodere tutto.
il 28
decido – mi decide
ma che colpa abbiamo noi: ri-conoscersi (essere r.)
pensavo:
non mi travesto e per questo non mi ri-conoscono.
che poi uno pensa l’esatto contrario, di solito.
ma prendi me: voto quella merda di Rifondazione, ma non ho i capelli rasta, l’estate mi metto le francescane (sì, ciabatte, sì cazzo);
che poi non è colpa mia se ho fame, non è colpa mia se – oltre alle francescane – mi metto un bermuda rosso coi tasconi e una maglietta bianca; e non è colpa del pizzaiolo se gli chiedo un trancio, se mi dice:
- guarda che le pizze qua le faccio io.
soli
detesto le esultanze collettive. si nasce, si muore, si pensa, si scopa, soli.
e con questo, vaffanculo anche alla parola collettiva/o/e/i.
vvvuuuuffffff – sarebbe il rumore del vento
spero se le porti via il vento, tutte le nostre parole.

