PUNTO TERZO: orfani di Luther Blisset
Anni e anni di uomini donne di spalle, con la voce artefatta, a raccontare le violenze fatte e subite; anni e anni di tivì mascherata hanno portato al mondo dei nomi.cognomi.
Il n.c è un marchio, una speranza: sì ho ucciso i miei anziani genitori e lo dico pubblicamente, perché ne otterrò un beneficio, probabilmente.
Nessuno vuol più essere l’anonimo ragionere.
O l’anonimo autore della scritta “le donne son tutte puttane” (corretta poi in “le donne ecc. tranne mia madre e mia sorella”) – che mureggiava a due passi da casa mia, la prima cosa che ho letto sulle donne.
Oggi ci si firma.
PUNTO SECONDO: la diariazione
Semplicemente.
Poteva essere un modello di narrazione, senza inizio e senza fine; non necessario un protagonista, un intrico – di eventi che si congiungono imprevisti.
La diariazione (sì, l’ho inventato ora) sarebbe potuta essere altro, un libro collettivo, diverso.
Quel ch’è diventata è un lungo elenco di biglietti da visita:
- nome.cognome scrive; qualcuno vorrebbe pubblicare /o comprare il suo libro?
- nome.s s’intende di qualcosa: pagate la fattura!
- n.cognome è un giornalista non affermato; qualcuno vorrebbe elevare il suo nome.c alla dignità da editoriale?
devo continuare?
Come viene
Sì, insomma. Come viene, senza rileggere o correggere. I-m-m-e-d-i-a-t-o.
Giusto qualche corsivo là, qualche grassetto qui: per il rest, una sola regola.
Scrivere di getto.
(non è detto che sarà l’unica, o che sarà, semplicemente. Per ora…)
PUNTO PRIMO
Nominarsi sta divenendo la questione principale in rete. A quanto pare il famigerato web 2.0 altro non è se non un’accozzaglia di nomi.cognomi.
Ma quanto essere nomi.cognomi condiziona:
- comportamenti
- idee
- commenti?
Risposta:
oggi i blog (ovvero la struttura portante del web 2.0) sono – nella loro quasi interezza – un 69 continuo.
Un modo come un altro, insomma, per farsi pompini a vicenda.